Le ho detto ciao.
“Questo l’ho fatto per te”.
Non le avevo mai parlato, non sapevo nemmeno il suo nome.
“Per me?”
In mano avevo un cd di Moltheni, l’avevo fatto per lei, senza sapere niente, solo perché mi aveva sorriso.
“Sì, per te”.
Le uniche parole che uscirono dalla mia bocca mi sembrarono alquanto stupide quando, tornato a casa, tentai di ripercorrere mentalmente quanto era accaduto quel pomeriggio.
“Non ci siamo mai presentati, io mi chiamo M, tu?”
Non lo so perché ma in quei mesi la incontravo tutti i giorni. Ovunque mi girassi. Alla fermata dell’autobus, sul ponte mentre tornavo a casa, la domenica in centro mentre in bici cercavo qualcosa che non esiste, come dl resto faccio ancora oggi… Lei era lì, sempre.
“Io… Io mi chiamo Andrea, tu?”
Questo fu quello che risposi perché è troppo difficile quando non credi alle coincidenze, quando passi la vita nella dimensione sbagliata, quella dove la felicità esiste solo nei tuoi pensieri, nelle tue aspirazioni o nei tuoi sogni, è troppo difficile raccontare una storia. Quello che rimane è il volto stupito o stupido della realtà.
“Mi chiamo M, te l’ho già detto”.
Quel sorriso. Come lo avevo sempre immaginato. Da così vicino era esattamente come mi aspettavo che fosse. Quel sorriso è come quando hai sei anni e la mattina di Natale scarti il tuo Nintendo 8 bit. È come quando ti dicono che la più bella della scuola, quella che non hai neanche osato immaginare potesse diventare la tua ragazza, racconta in giro che ti trova carino.
“Già, me lo hai detto, M”.
Nient’altro.
Perché non so se dipenda dal fatto che le persone, le cose, gli amici, tutto finisce per deluderti.
Non so dire se la colpa di tutto stia nel fatto che ogni cellula del tuo corpo nasce e poi muore.
Non so se la spiegazione ultima e definitiva sia che ogni cosa che ho amato alla fine se ne è andata lasciandomi il dolore del ricordo prima e poi il niente.
Non lo so davvero ma prima di dirle quello che dissi, sapevo che non l’avrei mai più rivista. Mi va bene così, puoi credermi, perché M non è nella mia collezione di fallimenti. Perché ogni tanto, quando ascolto quella canzone e la penso, mi ricordo che non ha senso rinunciare a cercare la perfezione.
“Cosa faccio se il cd mi piace, come faccio a ritrovarti? Nessuno aveva mai fatto una cosa così per me.”
L’ultima volta che ho sentito la sua voce.
“Non lo so, davvero.”
È così che le ho detto ciao.
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